

Di Andrea Atzori
In questi giorni è risonata alta la voce di due esponenti di altrettante, importanti, istituzioni nazionali, che hanno considerato opportuno sollevare forti dubbi sull’ efficacia delle manovre finanziarie intraprese dal governo Monti, relativamente all’obiettivo che esse si prefiggono, non solo di ridurre il debito pubblico, ma, anche, di avviare il processo di ripresa economica, cioè la c.d. crescita. Sia il presidente della Corte dei Conti Giampaolino che il vicepresidente della Banca d’Italia Rossi, con una sincronia che sbigottisce per la sua precisione, intervengono nel merito dei provvedimenti adottati da questo governo, sottolineando la potenziale forza recessiva della pressione fiscale, ormai avviata a superare limiti intollerabili. In effetti, perché il rapporto deficit-PIL diminuisca, non basta una più forte fiscalità, tramite l’aumento delle tasse, oppure la lotta all’evasione fiscale; si richiede anche la crescita economica. L’economia degli Stati, infatti, funziona come quelle delle imprese, in quanto, per valutarne la solvibilità, cioè la capacità ad onorare i propri debiti, bisogna tenere conto non solo dell’entità del passivo da cui sono oberati, ma anche del loro grado di sviluppo e crescita. Solo un’azienda in forte espansione ed evoluzione potrà fornire quelle garanzie utili di cui hanno bisogno i creditori per sperare di non perdere i loro diritti. Precisato questo punto fondamentale, è doveroso non dimenticare che lo scopo per cui è nato questo esecutivo è quello di impedire il tracollo economico conseguente alle politiche fallimentari dei precedenti governi, ma, in modo particolare dell’ultimo, a guida Berlusconi. L’eliminazione dell’ICI è stato un errore gravissimo, che ha contribuito a causare il dissesto dei conti pubblici, in tempi in cui, tutti i principali responsabili della politica antistatalista in auge, facevano a gara per illudere il popolo che l’Italia era l’unico paese a non essere stato sfiorato dalla crisi, anche quando questa pareva attanagliare tutte le economie più industrializzate dell’occidente. La finanza allegra di Tremontiana memoria è la diretta responsabile dei danni subiti dal nostro paese sul versante della lotta alla crisi. Rigore e crescita non sono categorie antitetiche ed inconciliabili. Si tratta solo di trovare il giusto punto di equilibrio, la via di mezzo, il rapporto armonico che le consenta di convivere in osmosi. Senza eccedere mai in un senso o nell'altro. La riforma delle pensioni o la reintroduzione dell'ICI, sono provvedimenti di notevole impatto economico, che, però, esplicheranno i propri effetti solo nel lungo periodo. Sbaglia chi li bolla come inutili ed inadeguati solo perchè il loro effetto non è immediato. Le misure varate dal premier Monti erano dettate dalla situazione di gravità determinata dal ritardo con cui la crisi è stata affrontata. Mentre gli altri Stati hanno agito tempestivamente per fronteggiare la situazione straordinaria rappresentata dalla crisi, la politica nostrana, specie per motivi di consenso elettorale, era assolutamente assente e passiva. E’ chiaro, come dice il vecchio proverbio, che mali estremi richiedono estremi rimedi. Un altro errore macroscopico delle passate amministrazioni, che non dovrebbe mai più ripetersi, è stato quello dei tagli lineari alla spesa pubblica. Dalle esperienze storiche, specie quella della grande crisi del 1929, si può e si deve imparare una lezione fondamentale. Che, cioè, tagliare decisamente sui consumi, per fronteggiare una crisi economica è semplicemente un atto suicida. Il presidente americano Truman venne costretto a questa decisione sotto la spinta di teorie economiche fallimentari, che non condivideva e che determinarono un’ulteriore peggioramento della crisi, dalla quale gli USA uscirono solo in seguito alle forti spese belliche del secondo conflitto mondiale. Incidere a fondo sulle spese pubbliche, significa deprimere la domanda dei beni economici e, pertanto, i consumi. A queste condizioni, sperare in una ripresa economica è solo una chimera. Piuttosto che tagliare indiscriminatamente, sarà meglio farlo selettivamente, al fine, esclusivo, di eliminare gli sprechi. Per rendersi conto di questa verità, è sufficiente fare un piccolo viaggio all’estero, e verificare come funzionano i servizi pubblici, ad esempio in Francia. Provate a scendere a Ventimiglia da un treno francese ed a salire su uno italiano. Vi accorgerete di passare da un salotto ad un letamaio. In un paese come il nostro, in cui i servizi pubblici sono già allo sfascio più assoluto, cosa si può tagliare oltre? Chi insiste su queste accuse dirette ad addebitare le cause della crisi alla pubblica amministrazione o è un incompetente o è in malafede. Ciò che provoca danni all’economia non è la spesa indispensabile e necessaria, di cui la cittadinanza non può privarsi, ma gli sprechi dovuti sia all’inefficienza e all’incapacità, sia alla disonestà della classe dirigente politica ed amministrativa. Quando una pubblica amministrazione non funziona, ad essere chiamata in causa, deve essere la classe dirigente non il pubblico impiego nel suo complesso; perché è la classe dirigente, che, non solo percepisce stipendi faraonici non rapportabili, minimamente, con quelli dei dipendenti, ma, inoltre, è la sola vera responsabile dell’andamento gestionale della P.A. Con la riforma Bassanini, i dirigenti pubblici hanno assunto poteri immensi pari a quelli dei manager privati, ai quali sono stati equiparati anche nel trattamento economico. Il dipendente pubblico, è stato giuridicamente sottoposto al regime del contratto di lavoro privatistico, che ne prevede un trattamento non solo giuridico ma persino economico, identico a quello dei lavoratori privati. La malafede dei politici e dei manager è stata quella di aver fatto credere al popolo esattamente il contrario. Per il semplice motivo che i loro privilegi non dovevano essere posti in discussione. E’ assai evidente, però, che questo sistema non sarà mai utile ed idoneo per risolvere i terribili problemi di cui l’Italia è afflitta. In questi casi di conclamata inefficienza della P.A. il primo dei provvedimenti da prendere, sarebbe stato quello di cambiare la classe dirigente, manifestamente incapace. Purtroppo, a porre in discussione e poi eliminare i privilegi e gli sprechi di cui godono costoro, non basterebbe neppure un movimento di opinione, che pure è assolutamente assente. I cittadini, infatti, preferiscono, prendersela con gli impiegati con cui parlano direttamente negli uffici della P.A. Forse solo perché incapaci di vedere oltre la punta del proprio naso. La connivenza tra politica e classe dirigente è tale da rendere vana ogni speranza di cambiamento. Se pensiamo che la stessa Corte dei Conti, è sempre stata autrice di ferocissimi attacchi al pubblico impiego e fautrice di questi dannosi ed inutili tagli agli stipendi degli impiegati, ben sapendo che tutti i magistrati delle giurisdizioni contabili e del consiglio di Stato hanno, da sempre, ricoperto incarichi istituzionali nei vari dicasteri, lautamente retribuiti, possiamo renderci conto del grado di buona fede da cui poteva essere ispirata. Infatti questi giudici sono notoriamente, capi di gabinetto dei ministri, e, pertanto, principali imputati della situazione di disastro e degrado in cui il paese è precipitato. Essi, inoltre, ricoprono cattedre universitarie ed insegnamenti in scuole private, svolgono attività di consulenza a favore di enti pubblici e privati, oltre a pubblicare voluminosi e costosi manuali giuridici. L’impegno nella funzione giudiziaria è assolutamente marginale rispetto alla miriade di altri incarichi-extra, anche se lo stipendio percepito è, comunque, garantito. Tirando le somme, noi cittadini, ci ritroviamo con una pubblica amministrazione inefficiente, con servizi pubblici vergognosi per il decoro del mondo civile, ed una crisi economica sempre più imperversante ed inarrestabile. L’unico strato sociale non interessato da questa situazione di gravissimo declino sono, appunto i politici ed i dirigenti pubblici, oltre, naturalmente, i grandi industriali ed manager privati. Si è, praticamente, riformata e ricostituita una nuova aristocrazia ed un modello di struttura sociale che ricorda da vicino quello della Francia prerivoluzionaria, in cui la nobiltà e l’alto clero si opponevano ad un terzo stato sempre più povero e bellicoso. Sono, infatti, proprio i veri responsabili di questo disastro che non vengono, assolutamente, chiamati in causa, ma che, anzi, continuano ad accusare proprio i poveri, non importa se dipendenti pubblici o privati, pensionati o disoccupati. Un altro modo molto facile ed ingegnoso per dirottare le risorse pubbliche verso altri lidi diversi da quelli strettamente e direttamente istituzionali, sono i sostegni pubblici alle imprese. Ho sempre sostenuto che in un regime economico liberista, lo stato, per principio, si debba disinteressare del mercato. Se, per lo statalismo economico di Keynes, l’intervento dello Stato nel mercato era giustificato, oltre che dal fine di garantire l’obiettivo della piena occupazione, dal bisogno di tutelare la parte debole del rapporto economico e, cioè, il lavoratore ed il consumatore; in pieno feroce e selvaggio liberismo lo Stato non può, ancor meno, intervenire per sostenere proprio la parte forte, cioè le imprese. Se Keynes è stato estromesso, dalle teorie economiche imperanti, oggi non può essere, addirittura, strumentalizzato e manipolato al fine, esclusivo, di consentire che uno dei protagonisti del mondo economico, cioè lo Stato, prima cacciato dalla finestra, venga poi trascinato in ceppi e fatto rientrare, al solo misero scopo di defraudarlo delle sue risorse e ricchezze economiche, che sono quelle di tutti i cittadini onesti che pagano le tasse, in particolare i dipendenti. Costoro, infatti, vengono sottoposti a prelievo fiscale alla fonte, cioè in busta paga, per cui non sono mai evasori, in quanto non possono esserlo. Le imprese, al contrario, molto spesso e volentieri, evadono il fisco, e ciononostante, ottengono i sostegni pubblici, con i soldi sottratti alle buste paga dei dipendenti. Questo sistema non solo non è economico ma non è, neppure, onesto. Se la ratio del liberismo è quello di impedire che un attore, terzo al libero mercato, possa inquinare con il suo potere regolamentare, l’esplicazione integrale del principio basilare della selezione naturale, in virtù del quale a vincere deve essere sempre e solo il più forte, l’intervento dello Stato a favore del perdente, con il suo sostegno finanziario, è da giudicare una violazione di quel principio. In pratica, il liberismo economico ha già fallito ma non lo si vuole ammettere. Perché questi professoroni da premio Nobel, non vogliono accettare la verità del fatto che Keynes aveva ragione. Essi credono, superbamente, di essere infallibili, anche se sono, invece, un vero e proprio disastro. Inoltre questi ingentissimi fondi erogati alle imprese, alimentano la corruzione, perché a godere di questi finanziamenti saranno sempre e solo i grandi elettori dei politici più potenti, di tutti gli schieramenti; imprenditori legati, molto spesso, alla malavita organizzata, che evadono le tasse, e mandano questi capitali all’estero, alimentando anche il riciclaggio di fondi neri ed investendo dove la forza lavoro costa di meno, arricchendo l’economia di Stati esteri. Da decenni, politici ed intellettuali, diffondono nell'opinione pubblica, affermano nelle teorie economiche ed introducono nella legislazione idee e principi basati sulla pretesa superiorità del metodo di gestione privatistica delle attività produttive nei confronti di quello pubblico. Il cavallo di battaglia di Berlusconi e dei suoi accoliti, nell'annunciare la loro discesa in politica, era proprio l'incalcolabile, a loro dire, differenza di risultati tra le due diverse attività gestionali ed amministrative. L'esempio sempre sbandierato era l'azienda dell'allora aspirante premier. Il suo successo e le sue ricchezza erano la prova lampante ed incontrovertibile di questa verità, che nessuno neppure osava porre in discussione. Il suo dominio, fino al suo misero e vergognoso tracollo, era radicato su queste convinzioni generalizzate. Da allora l'attacco alle funzioni ed ai servizi pubblici è stato fenomenale. La privatizzazione del patrimonio pubblico ha consegnato, per pochi spiccioli, nelle mani di speculatori senza scrupoli, una ricchezza immobiliare che lo Stato aveva accumulato negli anni, acquistata con i soldi dei contribuenti od ereditata da un passato storico di cui lo Stato italiano era il legittimo erede e continuatore. Persino le sedi istituzionali di enti pubblici, di valore inestimabile, furono vendute a prezzi irrisori e poi, subito, riaffittate a costi enormi. Il tutto si era tradotto in un'opera spietata di devastazione e saccheggio del patrimonio pubblico. La prepotenza del privato nei confronti dei beni comuni è evidente e sotto gli occhi di tutti. E' avvilente ed umiliante osservare i pedoni camminare nelle strade delle nostre città in mezzo al traffico automobilistico, perchè i marciapiede sono stati occupati dai tavolini ed ombrelloni dei bar e dei ristoranti. Gli incidenti, anche mortali, ai danni dei pedoni sono, infatti, sempre più in aumento proprio per questo motivo. La domanda che mi si pone, spontanea, è direttamente connessa alla contraddittorietà tra la pretesa di appropriazione delle ingentissime risorse pubbliche, da parte dei privati, sia con le privatizzazioni, sia con i finanziamenti pubblici alle imprese, e la situazione di crisi nera in cui sono immerse la maggior parte delle aziende. Infatti, non si capirebbe, da queste voci ammalianti delle moderne sirene liberiste, se sia il privato a correre in aiuto dei pubblici servizi, o piuttosto il contrario. Se, infatti, da sempre, anche prima della crisi odierna, l'imprenditore ha rivendicato questo diritto di estorcere finanziamenti pubblici, sulla base della sua incapacità ed incompetenza a reggere la concorrenza del mercato nazionale ed internazionale, mi chiedo come poi il privato possa essere considerato portatore di una superiore capacità gestionale nei confronti del settore pubblico. La malignità dei liberisti è tutta insita nell'accusa alla P.A. di essere essa la causa della crisi economica. Per i suoi sprechi e le sue inefficienze. Essi, aprono, pertanto, un circolo vizioso per il quale le responsabilità di tutti i mali vengano sempre ribaltati sullo Stato. Ragionando sulla spesa pubblica, sarebbe doveroso far rientrare in essa non solo i costi dei servizi e la retribuzione del personale, ma anche gli incentivi alle imprese. Insomma questi imprenditori che si lamentano sempre per le tasse troppo alte, non ammettono, non solo che gran parte di quelle spese sono dovute al sostegno alle imprese e che non sono, pertanto, spese pubbliche, ma che, notoriamente, proprio loro, le tasse, spesso e volentieri le evadono. Si verifica, pertanto, una situazione paradossale per cui, proprio coloro che le tasse non le pagano, si avvantaggiano di quelle risorse pubbliche derivante dai prelievi alla fonte sugli stipendi dei dipendenti, una percentuale dei quali, tramite questa vera e propria truffa, rientra, sotto forma di finanziamenti pubblici, proprio nelle casse dei datori di lavoro, che quegli stipendi avevano pagato. I privati hanno già divorato ingentissime risorse ed i tagli incessanti ed indiscriminati hanno prostrato a tal punto il servizio pubblico che nei confronti di altri paesi U.E. siamo ormai diventati una vergogna insostenibile ed inaccettabile. La crisi economica, è internazionale, anzi, mondiale, ma nessuno Stato estero, anche liberista, si sognerebbe mai di innescare questo conflitto tra pubblico e privato. Attaccare lo Stato stesso, colpendolo al cuore del suo organismo è pericolosissimo. Solo esseri spregiudicati possono farlo, come tantissimi imprenditori prestati, impropriamente, alla politica. La causa del decadimento qualitativo dei provvedimenti legislativi, è l'incompetenza della nostra classe dirigente, su cui vanno fatte ricadere le colpe della situazione attuale. Non ci rende e non ci si vuole rendere conto, che i soldi dati ad imprenditori incapaci, incompetenti, e molto spesso disonesti, sono, non solo un vero spreco, ma, più che un inquinamento, un avvelenamento del libero mercato economico. Su un punto vorrei essere chiaro. Coloro che accusano lo Stato di essere uno sprecone, per certi versi ed entro ben precisi limiti, pure con ragione, hanno, però, anche il dovere di comprendere bene la differenza che corre tra soldi pubblici spesi per finalità istituzionali, per il cui utilizzo esiste, appositamente creata, una giurisdizione contabile, la Corte dei Conti, che ha come scopo proprio quello di controllare ed impedire un uso inappropriato delle risorse finanziarie da parte della P.A. e quelli spesi solo per una presunta opera di salvataggio di imprese private, molto spesso banche, sulla cui destinazione finale, nessun organo giurisdizionale potrà mai indagare, dopo che da mani pubbliche siano passati nella disponibilità di mani private. E’ strano, ma non troppo , che di questa non sottile differenza non si sia accorta proprio la Corte dei conti, che di questa funzione di controllo è la principale destinataria. Forse si sta dimenticando del suo originario mandato istituzionale a causa dei molteplici, troppi, incarichi dei suoi magistrati, e preferisce scantonare nella politica economica di cui il vero organo competente, per disposizione costituzionale è solo il legittimo governo della repubblica. La Corte dei conti è solo una giurisdizione contabile, non può indicare al governo ed imporre provvedimenti di politica economica. Perché esula dalle sue competenze. Un governo, figuriamoci se tecnico, come in questo caso, non può essere sindacato dalla Corte dei conti nell’esplicazione delle sue sovrane funzioni costituzionali. Le leggi finanziarie, addirittura, non sono suscettibili di subire il vaglio referendario. Troppi magistrati e cardinali, oggi, stanno riempiendo e si sentono nel diritto di colmare un vuoto di potere che doveva essere di esclusiva pertinenza ministeriale. Questi sono i segnali sicuri dello sgretolamento dello Stato. In forma assai più pericolosa ed allarmante si sta ripetendo quello che avvenne negli anni settanta, quando furono i sindacati ad intraprendere questa folle avventura di sostituirsi agli apparati statali. Le conseguenze le stiamo subendo e pagando oggi, con la crisi istituzionale che rischia di degenerare in caos. Personalmente, sul sostegno pubblico alle imprese, ho la mia modesta opinione, per cui, piuttosto che arricchire certi loschi personaggi con i soldi sottratti agli italiani onesti, sarebbe meglio, con questi risparmi, diminuire le tasse sia alle imprese che ai lavoratori e pensionati. In questo modo, non solo si farebbe lievitare la domanda dei beni economici, creando le premesse per un aumento dei consumi, ma si creerebbero le condizioni adatte per una ripresa degli investimenti. Ne verrebbe ridimensionato anche il fenomeno allarmante dell’evasione fiscale, contribuendo, così, a ricreare un clima di fiducia tra il cittadino e le istituzioni. Se tutto questo non viene neppure preso in considerazione, il motivo principale è che i politici non vogliono mollare uno strumento molto convincente per ottenere consenso elettorale. Il risultato è che continueremmo ad avere politici incapaci che barattano i sostegni alle imprese con il consenso elettorale. Le tasse si possono ridurre, anche da subito, se le imprese rinunceranno ai finanziamenti pubblici. In pratica l’unica via d’uscita a questa crisi è che gli italiani la smettano di fare i furbi e si rendano conto che, volenti o nolenti, saranno, comunque, costretti a cambiare, perché se non lo faranno di loro spontanea volontà, ci penserà la storia, che ben conosce e usa i suoi metodi infallibili per il trionfo della libertà e della giustizia.