Di Andrea Atzori
La severissima crisi economica che stiamo attraversando, rischia di farci infilare il tunnel della morte. Ma nessuno pare prendere troppo sul serio questa eventualità assai prossima. Non certo i politici che alle prime misure prese dal governo Monti, sia a destra che a sinistra, si sentono insoddisfatti e preoccupati per i sacrifici imposti alle diverse fasce sociali. E cominciano a defilarsi, alla chetichella. Prova evidente dell’equità della manovra che colpisce, indifferentemente, sia i ricchi che i poveri, ma, di sicuro, in modo competente e non indiscriminato. Se Bersani protesta per la riforma delle pensioni e per il ritorno all’ICI, e Berlusconi minaccia di togliere il suo sostegno al governo che continua ad aumentare le tasse ai ricchi, è chiaro che esiste una resistenza ed intolleranza della politica tutta al piano, scientifico, per rimettere in carreggiata questo paese. Tutti invocano l'equità, ma non l'accettano, quando viene imposta. I motivi sono assai ovvi, dal momento in cui, le cause del disastro sono proprio questi protagonisti della pseudo politica che ha governato l’Italia nel corso dei tanti decenni delle ritrovate libertà democratiche. Prova evidente, che quelle libertà, tanto democratiche non erano. E’ sempre esistito un vizio di origine. Quello di una classe dirigente imposta dall’alto. Un paese, da sempre, spaccato tra clericali e comunisti. Almeno fino al fenomeno politico del c.d. cattocomunismo, tanto disprezzato ed aborrito da Berlusconi, che però, sa bene, di esserne il primo frutto. Allora, perché nasconderci la verità, facendo finta, come gli ipocriti, di non capire che proseguendo questo percorso obbligato, imposto dai partiti che mirano, esclusivamente al consenso elettorale per i propri candidati imposti dall’alto, l’unica via di uscita alla fine di quel tunnel, sarà il disastro nazionale? I partiti sono tutti ossessionati dalla paura di perdere consensi alla fine della cura imposta dal governo Monti. Un governo di tecnici costituito al potere per fare ciò che i politici non sapevano o non volevano fare. Il problema italiano è proprio questo. La sua stessa classe dirigente. Ed ha un bel dire Bersani che lui mira solo al bene dell’Italia, che rinuncia al responso delle urne pur di risolvere questa gravissima situazione economica nazionale che minaccia di sprofondarci in mezzo alla poltiglia del terzo mondo incivilizzato. Alla prima prova, quella delle misure più attese ed ovvie, cominciano a ribellarsi. Prende forma la paura. Quella di perdere il consenso elettorale delle fasce sociali protette con cura ed amore nel corso di tanti decenni di governi di centrosinistra, che hanno fatto pendere l’asse portante del paese verso una parte improduttiva e parassita, come quella dei pensionati baby, che ad ottanta anni, vivono da quarant’ anni in pensione. Recalcitrano di fronte alla reintroduzione dell’ICI, un’imposta patrimoniale la cui abolizione fu il primo passo verso la caduta nell’abisso del disastro economico. Non è strano che sull’ICI, destra e sinistra, e, persino, i sindacati si trovino d’accordo nel biasimarne la riesumazione. Perché, essendo i cittadini italiani, per il 90%, proprietari di case, questa imposta viene a gravare un po’ su tutti, per cui ogni manovra che la interessi, esplica effetti, positivi o nefasti, sulle aspettative elettorali di ogni schieramento politico. Ma questo vizio originario della democrazia italiana, ha un altro devastante effetto per quanto riguarda la crisi economica che stiamo vivendo in questi giorni. Ed è quello che ci evidenzia e sottolinea l’esimio professor Sartori, dalle colonne del Corriere della Sera, con il suo articolo “Merito e selezione per salvarci tutti”. Sarà cosa strana, ma ho l’impressione, che i grandi luminari della scienza politica ed economica, nazionale ed internazionale, normalmente, si ritrovano sempre e perfettamente d’accordo nelle loro diagnosi sul sistema Italia. Noto anche, con vivo compiacimento, che le mie idee e convinzioni, combaciano, perfettamente, con le loro. Come non condividere, in pieno, le opinioni del professor Sartori? Egli dichiara ed afferma delle verità sacrosante. Il male italiano è quello della sua stessa società ingessata. Perché, storicamente, l’apparato clericale ha, fin dagli albori della c.d. civiltà cristiana, imposto ed applicato una struttura di gesso a tutto il sistema millenario dell’apparato politico, affinchè esso non potesse subire alcuna evoluzione o trasformazione che non fosse prevista e condivisa dal pontefice massimo, il rappresentante di Dio in terra. L’Italia, sede del papato, è la nazione che più risente di questo deleterio effetto. Ha ragione, il Professore, a distinguere tra democrazia protettiva e democrazia distributiva. Perché la democrazia non tollera, per il suo stesso significato di fondo, di essere imposta dall’alto, ma solo di essere difesa e protetta. E’ questo il limite invalicabile che segna e distingue le democrazie vere da quelle false. Senza il rispetto di questo principio i cittadini non sono più liberi ma sudditi. Egli afferma” Il cittadino è quasi sparito dopo la fine del mondo greco-romano, salvo qualche eccezione. Era tanto sparito che del termine civis, cittadino e polites si era pressoché perduta la memoria. Riappare solo con le rivoluzioni settecentesche. Con fatica. Ricordo che in Germania il vocabolo polites ricompare a casaccio per denotare più che altro la polizia” E’ illuminante, nella sua precisione e chiarezza, il suo concetto della totale incapacità ed inadeguatezza del sistema partitico, di garantire un ferreo e rigoroso rispetto del principio della selezione dei candidati. Perché, egli afferma, il non riconoscere ed affermare il merito, significa mandare al potere il demerito. Ed, infatti, è quello che è accaduto in Italia. Una prova evidente ne sono queste sostanziose assenze di parlamentari proprio in occasione della seduta nel corso della quale si sarebbe dovuta approvare la manovra “salva Italia”. Questo, perché, i nostri parlamentari, non potevano tollerare che fossero stati chiamati, anch’essi, a concorrere, ai gravi sacrifici chiesti ed imposti a tutti i cittadini. Vi pare questa una classe dirigente politica in grado di rappresentare il suo stesso elettorato? Diceva bene, l’on.le Pisanu, presidente della commissione antimafia, che tanti di loro, non sono in grado di rappresentare neppure se stessi! Queste sono le deformazioni di quella che il professor Sartori chiama “Democrazia distributiva”, cioè imposta dall’alto, da chi detiene, veramente, le redini del potere, in particolar modo, il ceto clericale, il cui potere, non sembra essere stato, assolutamente, scalfito dalla rivoluzione francese settecentesca. Concordo pienamente, anche sulla sua opinione del fenomeno sessantottesco della rivoluzione studentesca. Esclusivamente un modo violento, escogitato, da chi voleva saltare gli ostacoli frapposti dal rigido rispetto delle regole imposte dalla meritocrazia. Soprattutto, una rivoluzione, voluta ed intrapresa, dai c.d. figli di papà, il che è tutto dire, il massimo della repressione e dell’autoritarismo. Bellissima, poi, la chiusura, sulla corruzione, in specie quella mafiosa, esportata nel mondo, e sulla capacità espressa dagli italici, persino di adeguarsi e convivere pacificamente, con le invasioni ed occupazioni territoriali, di tanti popoli, dalla caduta dell’impero romano, nel corso di tutta la sua storia, fino all’unificazione nazionale, che, oggi, viene di nuovo rimessa in discussione, addirittura, per volontà popolare. Scrive, ancora, il professor Sartori, “ In un bellissimo libro, L'Italia e i suoi invasori, Girolamo Arnaldi racconta che nessun popolo è mai stato invaso quanto il nostro. A quei tempi i barbari ammazzavano. Noi l'abbiamo quasi sempre scampata, come se fossimo dotati del genio della sopravvivenza. O Spagna o Francia, purché se magna. Siamo, allora, di vecchissimo mestiere. Se vogliamo capire come è nato e nasce tanto odierno marciume forse conviene ripartire da qui. Quanto all'oggi, il governo tecnico di Monti è l'unica chance di salvezza che ci resta”. Mi ritrovo, pienamente, con il suo pensiero. Lo stesso espresso in tanti articoli di questo blog. Uno studio dell’OCSE, di quest’anno, ci pone all’ultimo posto nel mondo, in fatto di mobilità sociale. Subito dopo il Messico. Un fenomeno terzomondista, alla sudamericana. Siamo il paese in cui il reddito dei cittadini è predeterminato su quello della famiglia di origine. Siamo conosciuti nel mondo come il paese dei figli di papà. Ma non credo che venga interpretato in senso positivo, ma, bensì, come segnale di arretratezza e dipendenza dal proprio passato di schiavitù e miseria, da cui, il popolo italiano, non è mai stato in grado di affrancarsi e riscattarsi.
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